Don Artime: “finito il tempo dell’indottrinamento” – #synod2018

Si pubblica l’articolo a cura del SIR – Servizio Informazione Religiosa riguardo le considerazioni del Rettor Maggiore, don Ángel Fernández Artime, a margine del Sinodo dei Giovani.

“Il Sinodo ha insegnato a guardare al mondo giovanile in modo radicalmente diverso da quello usato spesso nella Chiesa; è finito il tempo dell’indottrinamento, dell’imporre agli altri ciò che è giusto e ciò che è sbagliato’”. Lo ha detto don Angel Fernandez Artime, rettore maggiore dei Salesiani, ieri, durante l’assemblea Usg ad Ariccia. “Il Sinodo ha insegnato che i giovani non sono solo i destinatari – ha aggiunto -, ma anche i protagonisti della missione all’interno della Chiesa; ha invitato tutti, cioè, ad essere ‘giovani per i giovani e con i giovani’”. Don Artime ha evidenziato, inoltre, come “il Sinodo ha ricordato che la vita consacrata ha un valore unico, profetico, per il mondo, per la Chiesa e anche per i giovani”. “Ha invitato tutti i religiosi e religiose a fare scelte forti, chiare e decise nella difesa soprattutto dei bambini, degli adolescenti e dei giovani. Non è più tollerabile la violenza esercitate nelle forme più diverse: nell’ambito della coscienza personale, in campo economico, nella criminalità organizzata, nella tratta di esseri umani, nella schiavitù e nello sfruttamento sessuale, nell’emarginazione e nell’esclusione sociale sofferta da molti giovani a causa di aborti forzati, in tutte le varie forme di dipendenza”. Parola anche a padre Michael Brehl, superiore generale dei Redentoristi, che già prima del sinodo aveva avuto modo di incontrare poco meno di un migliaio di giovani, in varie parti del mondo. “Non sono tanto il ‘futuro’ della Chiesa, ma sono soprattutto il suo ‘presente’ e proprio per questo vogliono spazi dove prendere insieme le decisioni più importanti”.

Don Rossano Sala – Quali sono i frutti del Sinodo?

Si riporta una notizia pubblicata su DonBoscoLand riguardo ai punti salienti che il Sinodo ha prodotto, spiegati da Don Rossano Sala,  Segretario Speciale per il Sinodo sui giovani:

Nel suo insieme il documento ha una visione speranzosa e positiva dei giovani. Li ritiene soggetti capaci di scelte, in grado di sognare cose grandi, abitati della presenza di Dio…

Dopo l’importante servizio reso come Segretario Speciale del Sinodo dei Vescovi sui giovani, don Rossano Sala, SDB, ci aiuta ora a comprendere meglio il Documento finale prodotto dal Sinodo.
Quale visione dei giovani esprime il Documento finale?

Il Documento finale è ampio e articolato. È un documento complesso e intenso, che non va solo letto, ma studiato con molta attenzione, perché è una mappa aggiornata con una certa precisione e meticolosità, nonostante il tempo di lavoro per realizzarla non sia stato molto. Nel suo insieme il documento ha una visione speranzosa e positiva dei giovani. Li ritiene soggetti capaci di scelte, in grado di sognare cose grandi, abitati della presenza di Dio, che a volte va risvegliata con una pastorale capace di proposte significative e graffianti. Una visione che non mi dispiace chiamare “salesiana”, nel senso che affonda le sue radici nell’ottimismo antropologico che viene da san Francesco di Sales. Questo grande santo sta alla base della nostra spiritualità e ci ha trasmesso quella capacità di vedere Dio presente in ogni giovani, anche il più difficile. Don Bosco ha fatto sua questa visione. Mi pare che il Documento finale abbia fin dall’inizio uno sguardo di questo tipo: non nasconde le debolezze dei giovani, ma va in profondità scorgendo la presenza e l’azione di Dio in loro. Non si nascondono quindi le ombre che abitano il nostro tempo, che ci sono ma non prevalgono: vince invece la luce della fede, che sempre cerca la strada buona per arrivare al cuore di ogni uomo, che sempre cerca quel punto accessibile al bene, che mai dispera ma sempre tenta ogni via per portare Dio ai giovani e i giovani a Dio.

Quale ritiene sia il frutto più importante lasciato da questo sinodo?

Il primo capitolo della terza parte fa la differenza. Lì, per così dire, il Documento finale mette il turbo, perché la prospettiva diventa “sistemica”, cioè si passa alla sinodalità, che è il nome giusto per dire a tutti: “Camminiamo insieme con i giovani”. Non si tratta di fare “un’opzione preferenziale per i giovani”, sarebbe ancora troppo poco! È piuttosto una scelta di sinodalità, dove i giovani, in un insieme ecclesiale che raccoglie ogni battezzato, sono i protagonisti. Nessuno nella Chiesa è un semplice “destinatario”, ma tutti abbiamo qualcosa da dare e qualcosa da ricevere, a partire dai giovani.

I giovani sono stati la chiave che ha spalancato le porte della sinodalità nella Chiesa! Questo è un grande risultato, una novità dello Spirito che non era presente nella preparazione del Sinodo, ma che poi ha fatto irruzione, spiazzando qualcuno. È giusto così, lo Spirito del Signore non è mai scontato, ma fa nuove tutte le cose, entra quando meno te lo aspetti e ti fa cambiare direzione, ti apre strade nuove, inimmaginabili e meravigliose.

Il primo frutto di questo sinodo, ben visibile dal Documento finale, è che non si possono problematizzare i giovani perché si sono allontanati dalla Chiesa; va invece verificata e rilanciata la qualità evangelica della Chiesa nel suo insieme. In questo senso si parla di “sinodalità missionaria”: è un termine nuovo, che forse sembrerà un po’ strano, ma in realtà è tanto profondo quanto semplice. Esso afferma che la missione della Chiesa, se non vuole essere proselitismo, deve partire dalla qualità relazionale dei suoi membri, giovani compresi: la comunione ecclesiale non è solo un presupposto, ma è la prima e più importante forma di testimonianza e base per ogni opera missionaria. Formidabile è il n. 118, al cui centro ci sono queste due frasi, che non hanno bisogno di alcun commento, tanto sono chiare: «La messa in atto di una Chiesa sinodale è il presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio»; «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del III millennio».

Qual è il significato profondo di aver scelto il brano evangelico di Emmaus come filo conduttore del documento finale?

Emmaus è stato indicato dalla maggior parte dei Padri Sinodali come referente privilegiato per essere Chiesa significativa oggi per i giovani. Le tre parti del Documento finale si rifanno ai tre momenti fondamentali dell’episodio. Gesù che cammina con loro, ascoltandoli con dolcezza e lasciando che si esprimano dal loro cuore confuso; Gesù annuncia e spezza il pane, riorientando la loro vita; i discepoli ripartono e testimoniano il loro incontro con Gesù. È la storia della Chiesa; è la storia di ogni comunità; è la nostra storia con Dio; è anche la storia di ogni giovane.

La narrazione evangelica è attuale: Gesù spezza il pane per noi come lo ha fatto per quei discepoli la sera di Pasqua, Il significato profondo di tutto ciò sta in un cammino che dobbiamo fare insieme con i giovani e con Dio. Non si può pensare alla Chiesa e ai giovani come a due entità separate; non si può pensare a Dio e ai giovani come entità separate; non si può pensare a Dio e alla Chiesa come a due realtà separate! Emmaus è quindi, ancora una volta, un’immagine di sinodalità, dove lo Spirito del Signore unisce e crea sinfonia tra tutti: unisce garantendo la bontà delle nostre differenze, crea comunione in una nuova armonia.

 

Synod 2018 – Chiamati alla Santità!

Ventisei giorni di lavori, oltre 300 persone coinvolte tra Padri Sinodali, esperti ed uditori, ben 14 circoli linguistici minori per i lavori di gruppo… Dopo tutto questo grande impegno, cosa resta alla fine del Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”? Certamente, il Sinodo ha prodotto un Documento Finale ricchissimo di indicazioni. Ma Papa Francesco ha detto qualcosa di più: “Il risultato non è il documento… Noi abbiamo fatto questo documento, lo abbiamo approvato. Ora lo Spirito lo farà lavorare nel cuore”.

 

 

Cosi si conclude il Sinodo dei giovani che è durato ben 25 giorni, dal 3 di ottobre al 28. Dopo settimane di ascolto della voce di Cristo attraverso i giovani, alla fine anche i Padri Sinodali hanno voluto rivolgere una parola ai giovani, attraverso una lettera nella quale hanno affermato semplicemente: “vogliamo essere collaboratori della vostra gioia affinché le vostre attese si trasformino in ideali”.

I vescovi e la Chiesa tutta riconoscono le debolezze e i peccati, ma sperano che questi non siano di ostacolo alla fiducia dei giovani; perché la Chiesa, come Madre, è pronta ad accompagnarli “in ogni parte della terra”.

Certamente, anche l’elaborazione del Documento Finale non è stato un mero atto formale: diviso in tre parti, ciascuna suddivisa ulteriormente in quattro capitoli, riprende la struttura dell’Instrumentum Laboris, pertanto rispecchia le tre fasi di “riconoscere”, “interpretare”, “scegliere” come tappe del percorso da mettere in pratica nella vita della Chiesa in rapporto ai giovani. Significativa è stata anche la scelta di apporre come proemio l’icona di Emmaus, ossia l’immagine di Gesù che si fa compagno di strada degli uomini e li sa ascoltare prima di correggerli. Essa fa da cornice a tutto il testo, guidando i passaggi dal riconoscere all’interpretare, fino allo scegliere.

Nei 166 paragrafi il Documento Finale prende posizione su una gran quantità di argomenti e della loro relazione con il mondo giovanile: il ruolo delle parrocchie, le Giornate Mondiali della Gioventù, le differenze tra uomo e donna, l’educazione, il dialogo interreligioso, l’accoglienza dei migranti, la famiglia, la sessualità, la liturgia, le condizioni di vulnerabilità, la vita dei single, la formazione al matrimonio, al sacerdozio e alla vita religiosa, gli spazi digitali, i diversi tipi di abuso, la missionarietà…

Ciò che emerge è che il percorso sinodale non è considerato terminato, ma deve tradursi nella fase più importante, quella attuativa. E l’orizzonte è quello della santità. Recita infatti, l’ultimo paragrafo:

“Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportandoci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore”.

 

Articolo su InfoAns.org
Vaticano.va

 

Sinodo, Artime: “La Chiesa è pronta a camminare insieme ai giovani”

I giovani sono al centro di questa XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. E a questa assise partecipa anche il Superiore Generale di un istituto religioso che fin dalla sua fondazione ha fatto della pastorale giovanile uno dei terreni privilegiati del proprio carisma: i Salesiani di San Giovanni Bosco. Dei giovani e del Sinodo, ACI Stampa ha parlato con il Rettore Maggiore, Don Ángel Fernández Artime. 

Per un salesiano essere qui – come ho detto a Papa Francesco – è un dono, un grande omaggio per la Chiesa e per noi è un aiuto per assumere come salesiani la linea della Chiesa e la assumeremo con vera passione. E’ una riflessione molto ricca e mi sento veramente a casa.

Si parla sempre dei giovani, ma in questo Sinodo i giovani partecipano in prima persona.

Certo. Sono giovani di grande diversità, però tutti qualificati. Loro parlano con grande sensibilità, con grande libertà e devo dire che noi Padri Sinodali ci troviamo molto bene con loro e il loro messaggio arriva fortemente.

Tra i temi affrontati ci sono scuola, università e parrocchia. Temi molto cari al cuore di un salesiano…

Sì, è molto interessante il fatto che si metta in evidenza che la presenza della Chiesa non è solo nella parrocchia, perché la Chiesa è presente in tantissimi servizi pastorali come scuola, università, ospedali, case di accoglienza, allora trovo importante questa opportunità di poter parlare a tutta la Chiesa, dire una parola ai giovani in modo che possano sentire cosa pensiamo di loro e che vogliamo camminare insieme nelle scuole, nelle università, nell’accompagnamento nelle situazioni diverse nelle quali si possono trovare: possono essere molto vicini alla Chiesa, ma alle volte molto lontani. Dobbiamo esserci per tutti i giovani a seconda dei loro bisogni.

Ecco, questo è un esempio di Chiesa in uscita…

Una Chiesa in uscita è una Chiesa aperta, con lo sguardo aperto, con una capacità di ascolto per capire quale sia il grido dei giovani. Io trovo questo Sinodo come una meravigliosa opportunità per comunicare a tutto il mondo che la Chiesa non vuole essere solo quella che dice cosa si deve fare o cosa si deve pensare, ma come si possa fare un cammino umano di senso della vita e anche per quelli che vogliono trovare Dio, beh possiamo camminare insieme perché siamo pronti.

Da questo Sinodo si può dire che la Chiesa e i giovani non sono poi mondi così lontani?

Io sono convinto di questo, ma ne ero convinto già prima. La realtà della Chiesa è molto diversificata. Di quale Chiesa parliamo? Della Chiesa in cui i pastori si limitano a parlare, o parliamo della Chiesa che ogni mattina si alza per essere vicina ai giovani, ai poveri, nei villaggi dell’Africa o nelle case di accoglienza: tutto questo è Chiesa. E per me è un punto molto importante, aiutare il mondo a capire che i giovani sono parte della Chiesa.

Il “sogno” di suor Smerilli (FMA) al Sinodo: una Chiesa profetica, trasparente e credibile in economia

(ANS – Città del Vaticano) – Al briefing per i giornalisti che seguono il Sinodo dei Vescovi sui giovani ieri, 18 ottobre, ha preso parte anche suor Alessandra Smerilli, Figlia di Maria Ausiliatrice, che partecipa al Sinodo come uditrice. La religiosa – docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici organizzate della Conferenza Episcopale Italiana – nei suoi interventi ha dato conto di quanto anche la dimensione economica ed ecologica siano presenti ai lavori sinodali.

La religiosa della Famiglia Salesiana nella Sala Stampa vaticana ha manifestato: “Un sogno che spero di vedere realizzato è una Chiesa profetica” dove “anche la dimensione economica sia vissuta con trasparenza e credibilità”.

Quindi ha proseguito: “Non possiamo parlare di povertà e dimostrare poca attenzione ai temi dell’ambiente. Altrimenti generiamo nuove povertà, e queste le pagano i giovani … Economia ed ecologia hanno la stessa radice. Non si può ascoltare il grido dei poveri, e dei giovani tra i poveri, senza ascoltare il grido della terra, perché sono lo stesso grido”.

Sull’impegno diretto della Chiesa in questo campo la religiosa allarga lo sguardo: “I giovani hanno bisogno di opportunità, e non di assistenzialismo. La Chiesa può fare di più. Può mettere a disposizione beni, ma anche l’esperienza di molti. Nuovi monasteri, bozzetti di nuova civiltà, dove si sperimentano anche nuove forme di economia e lavoro, e dove i giovani possano trascorrere un anno della loro vita, come passaggio tra la famiglia e una vita adulta”.

Anche a motivo della presentazione, appena il giorno precedente, del rapporto della Caritas Italiana sulla povertà nel Paese, la religiosa ha indicato: “In Italia si sta verificando questo: per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, l’incidenza della povertà assoluta e delle persone che vivono in questa condizione, e non hanno i mezzi necessari per vivere in società, è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani… Tra i poveri assoluti in Italia uno su due è giovane e minorenne”.

Tuttavia la ricetta che la religiosa propone per uscire da questa situazione è valida a livello universale: “Questo stato di cose non si cambia se non abbracciamo la prospettiva della sostenibilità”.

E la Chiesa può dare il buon esempio: “Se tutta la Chiesa iniziasse a vivere questa prospettiva economica, daremo un contributo per ridurre le nuove povertà. Se gli investimenti finanziari si spostassero verso ciò che è sostenibile, piuttosto che finanziare imprese o Stati che colludono con il commercio ad esempio di armi… Se usciamo da questo sinodo convinti di una conversione in questo senso, i giovani ci ringrazieranno”.

Sinodo, il Rettor Maggiore: “Tutti i giovani sono i nostri giovani”

(ANS – Città del Vaticano) – Accoglienza e prossimità ai giovani, con un’attenzione speciale a quelli delle comunità immigrate. Su questi punti si è concentrato l’intervento del Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Ángel Fernández Artime, al Sinodo dei Vescovi.

Santo Padre, riceva innanzitutto la mia profonda e sincera gratitudine per il dono che offre alla Chiesa attraverso questo Sinodo. Senza dubbio un tempo di Grazia e Presenza dello Spirito Santo.

Comincio dicendovi che ho immaginato il tema del Sinodo come una piramide. Alla base, ci sono TUTTI I GIOVANI. A metà strada, i giovani in cammino verso la Fede; e all’apice, i giovani in discernimento vocazionale, al quale certamente giungono molti meno giovani.

Permettetemi di raccontarvi cosa mi è capitato l’altro ieri. All’uscita da qui, nel pomeriggio, due giovani, di circa 26 o 28 anni, mi hanno detto in spagnolo. “Scusami, potresti dirci perché ci sono persone che escono vestite con delle fasce colorate addosso e qualcosa sopra la loro testa…?”

Ho capito subito che conoscevano poco o nulla della Chiesa e dei suoi Pastori. Ho intuito che non sapevano cosa fosse un vescovo. Così gli ho spiegato cosa stavamo facendo qui. Ho detto loro che il Papa aveva convocato molte persone per pensare ai giovani, e che anche i giovani stanno partecipando.

Mi hanno chiesto se potevano vedere il Papa, perché sarebbero stati contenti di incontrarlo. E perché lo ritengono un “uomo buono con tutti”.

Ho notato anche che avevano degli anelli alle dita. Gli ho chiesto se erano fidanzati o già sposati. Mi hanno detto che erano sposati e che avevano un bambino di tre anni. Ho chiesto loro quale fosse il nome di loro figlio e il loro volto si è illuminato. “Si chiama Julian”. Gli ho fatto i miei migliori auguri e ho salutato questi amici colombiani.

E nel mio cuore è risuonata forte la convinzione: anche questi sono i nostri giovani! TUTTI I GIOVANI SONO I NOSTRI GIOVANI. Non ci sono giovani dentro e giovani fuori.

Penso che dobbiamo trasmetterlo al mondo: che la Chiesa e i suoi Pastori sentono tutti i giovani del mondo come i SUOI GIOVANI, I NOSTRI GIOVANI, perché nessuno deve sentirsi escluso. Essi devono sentire che li accogliamo, indipendentemente dalla loro situazione e dalle loro storie di vita.

Una seconda cosa. Visitando le presenze salesiane nel mondo, ho visto molte chiese nelle diocesi piene perché erano riempite dai GIOVANI IMMIGRATI E DALLE LORO FAMIGLIE.

L’ho visto a Vancouver, Toronto e Montreal, l’ho visto in California e in Nuova Zelanda; a Melbourne e, senza andare troppo lontano, nella mia nativa Spagna (con migliaia e migliaia di fratelli latinoamericani), e in Italia (con migliaia di filippini a Roma e Torino).

E mi ripeto la stessa cosa: questi sono i nostri giovani, con le loro famiglie, che peraltro portano anche aria fresca di Fede alle nostre Chiese, proprio mentre il rifiuto, la paura, l’intolleranza e la xenofobia crescono nelle nostre nazioni.

Ed è per questo che penso che parlando dei giovani come Chiesa vuol DIRE UNA PAROLA FORTE, DECISA e CORAGGIOSA IN LORO FAVORE IN TUTTE LE NAZIONI DELLE NOSTRE CHIESE LOCALI, proprio come Papa Francesco fa per l’intera Chiesa Universale. Perché questi giovani immigrati sono ancora più fragili di tutti gli altri. Vogliamo osare farlo?

Infine, i nostri giovani dovrebbero sentirci dire che GLI VOGLIAMO BENEe che VOGLIAMO FARE UN PERCORSO DI VITA E DI FEDE INSIEME A LORO. I nostri giovani devono sentire la nostra presenza AFFETTIVA ed EFFICACE in mezzo a loro. Devono sentire che non vogliamo né dirigere le loro, né dettare come dovrebbero vivere, ma che vogliamo condividere con loro il meglio che abbiamo: Gesù Cristo, il Signore. Devono sentire che siamo qui per loro e, se ce lo permettono, per condividere la loro felicità e le loro speranze, le loro gioie, i loro dolori e le loro lacrime, la loro confusione o la loro ricerca di senso, la loro vocazione, il loro presente e il futuro.

Devono sentire che GLI STIAMO SUSSURRANDO DIO. Forse non raggiungeremo un’ortodossia e una ortoprassi straordinarie, ma sentiranno, attraverso la nostra piccola intermediazione, che Gesù LI AMA E SEMPRE LI ACCOGLIE. Allora tutto sarà valso la pena.

Vaticano – Sinodo, Don Á.F. Artime: “Essere un vero padre o madre per i ragazzi è uno dei grandi servizi che si deve continuare a dare”

(ANS – Città del Vaticano) – Tra gli ospiti invitati al briefing quotidiano per i giornalisti che seguono il Sinodo dei Vescovi sui giovani, nella giornata di lunedì 22 ottobre, è intervenuto anche il Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Ángel Fernández Artime. Il clima dell’assemblea, le richieste dei giovani, le attese sul documento finale e i luoghi in cui dare loro delle risposte… sono alcuni dei temi trattati nel suo rapido intervento.

Presso la Sala Stampa Vaticana il Rettor Maggiore ha esordito ricordando l’episodio – da lui presentato anche ai padri sinodali – del suo incontro con alcuni giovani colombiani che non sapevano nulla né del Sinodo, né dei Vescovi. Don Á.F. Artime ha voluto sottolinearlo per rimarcare che il Sinodo non deve rivolgersi ad un élite di giovani, ma a tutti i giovani, nella loro realtà concrete.

Quindi ha evidenziato “il senso di universalità del Sinodo”, qualcosa cui il Rettor Maggiore è abituato grazie alla sua esperienza nei Capitoli Generali della Congregazione; e tuttavia il Sinodo offre uno sguardo ancora più ampio. In tal senso, ha aggiunto, va evitato il rischio di una visone eccessivamente euro-centrica o relative al solo mondo occidentale; ma si è detto anche fiducioso che il testo finale saprà rendere conto di tutta la ricchezza presentata.

Rispondendo ad una domanda su questo tema, ha aggiunto che dalle statistiche presentate al Sinodo è emerso come i giovani d’Europa siano quelli con meno speranza e fiducia verso il futuro; e anche questo è un dato su cui doversi necessariamente confrontare.

In particolare il Rettor Maggiore ha insistito sulla necessità della testimonianza: “La voce dei giovani ci risveglia… I giovani ci hanno chiesto di avere il coraggio della testimonianza”. Ma essa non riguarda solo vescovi o sacerdoti, perché, ha aggiunto: “C’è bisogno di adulti testimoni anche oltre gli uomini di Chiesa, perché nel mondo c’è una grande mancanza di paternità e maternità”.

In vista del cammino futuro con i giovani, Don Á.F. Artime ha ribadito che l’azione della Chiesa verso i giovani deve sapersi articolare attraverso i tanti canali a disposizione: “Dobbiamo continuare a dare risposte, non solo nelle parrocchie… Ci sono scuole, oratori, centri giovanili, case di accoglienza per ragazzi di strada… La visione è più ampia: in questi spazi, che mi sono familiari come salesiano, si può realizzare una vera e autentica, matura e sana, maternità e paternità. A volte un educatore è amico, o deve essere un fratello per i ragazzi… Ma essere un vero padre o madre per i ragazzi è uno dei grandi servizi che si deve continuare a dare”.

 

Mons. Mendes, SDB: “È necessario offrire ai giovani degli spazi per sentirsi accolti”

(ANS – Città del Vaticano) – Presentiamo qui di seguito un estratto dell’intervento presentato il 17 ottobre al Sinodo dei Vescovi dal salesiano mons. Joaquim Mendes, vescovo ausiliare di Lisbona e Presidente della Commissione episcopale dei Laici e Famiglia della Conferenza Episcopale Portoghese:

È necessario, nei nostri ambienti ecclesiali, offrire ai giovani spazi di accoglienza, condivisione e corresponsabilità, all’interno del piano pastorale di parrocchie, movimenti e scuole cattoliche, inserendoli nei gruppi pastorali, negli organi pastorali di comunione e partecipazione, come i consigli parrocchiali, e assegnare loro ruoli di responsabilità e leadership.

Ci vuole coraggio per abbattere le barriere e i pregiudizi secondo i quali i giovani sono “poco esperti nel prendere decisioni e che da loro ci si attende unicamente degli errori” (cfr. Instrumentum Laboris, n° 33).

Il Sinodo è un’opportunità per una conversione pastorale e missionaria delle comunità cristiane, in modo che possano dare ai giovani ciò a cui hanno diritto, ciò che desiderano e sperano: una Chiesa famiglia, in cui sentirsi parte viva, una Chiesa-casa, dove tutti trovano spazio, dove tutti si prendono cura di tutti, dove si sperimenta la fraternità cristiana che scaturisce dalla fede e dall’amore di Gesù.

L’educazione e l’evangelizzazione dei giovani e la rivitalizzazione e il futuro delle nostre comunità passano inevitabilmente attraverso l’offerta ai giovani di ambienti ecclesiali permeati di un vero spirito familiare.

Fonte:
ANS – Agenzia Info Salesiana

Mons. Buzon, SDB, ai giovani: “Qual è il vostro più profondo desiderio?”

(ANS – Città del Vaticano) – Oltre a mons. Luc Van Looy, SDB, anche mons. Patrick Buzon, salesiano vescovo di Bacolod, nelle Filippine, ha presentato un intervento al Sinodo, centrato su due domande rivolte ai giovani:

Carissimo Santo Padre e amici,
Ogni volta che incontro dei giovani, di solito faccio loro due domande.
La prima è: “Come stai?”. Spesso ricevo risposte ambivalenti, come con un animatore giovanile che utilizzava le “emoji” per descrivere i suoi sentimenti: risate all’esterno e pianto all’interno. Abbiamo sentito più volte in questa sala e nei documenti precedenti quanti di loro soffrono per famiglie disfunzionali, “anziani che giudicano”, insicurezza, pressioni da tutte le parti… Elementi che li rendono vulnerabili alla frustrazione, alla depressione e persino al suicidio.

Mentre li ascolto, non posso fare a meno di essere colpito, e mi dico: tutto questo è ingiusto. La gioventù dovrebbe essere il miglior momento della vita, il momento più emozionante, in cui tutto va schiudendosi davanti a loro con tutte le sue promesse. Che tristezza che oggi i nostri giovani siano derubati della gioia di vivere!

La seconda domanda è: “Qual è il tuo più profondo desiderio?”. Mi danno risposte varie, come: “finire gli studi”, “trovare un buon lavoro, delle sicurezze, un senso…” Lo dicono in molti modi, ma penso che l’espressione che afferri meglio tutto ciò me l’abbia data un altro giovane quando mi ha detto: “Forse non so cosa significhi la vita, ma so che è l’unica che ho e non voglio perderla. Voglio viverla pienamente”.

Questo mi ricorda il giovane ricco del Vangelo che chiedeva: “Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?” (Mc 10,17). “La vita eterna” forse non sarà l’espressione che la nostra gioventù userà oggi (sembra troppo ecclesiale e distante). Ma se dovessimo tradurre questa domanda nel loro linguaggio, penso che assomiglierebbe a qualcosa del genere: “Maestro buono, come posso vivere la mia vita al massimo?”. Vivere la vita fino in fondo – questo è ciò che ogni giovane cerca. Esplorare la vita, sperimentare e godere di tutto ciò che ha da offrire. Sfortunatamente, nella loro bramosa ricerca di gioia, spesso bussano alle porte sbagliate e finiscono per perdere la vita stessa.

Gesù non dà una risposta diretta alla domanda del giovane, ma semplicemente gli dice le condizioni necessarie per trovare la risposta: svuota il tuo cuore di te in modo da lasciare spazio a qualcosa più grande di te; cresci nella capacità di donare perché è solo nel donare te stesso, che vuol dire amare, che troverai la gioia di vivere. Questo si fa possibile grazie all’incontro con Cristo e all’accettazione della sua proposta di seguirlo (cfr. Instrumentum Laboris, n° 84).

Papa Benedetto XVI presenta perfettamente questa ricerca quando afferma: “Cari giovani, la felicità che state cercando, la felicità che avete diritto a godere ha un nome e un volto: è Gesù …” (Discorso alla GMG di Colonia 2005). Questo è l’obiettivo e la sfida della Pastorale Giovanile: accompagnare i giovani e condurli a Gesù, il solo che può esaudire il loro desiderio più profondo, dato che Egli è venuto “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

(Fonte: AustraLasia) 

Mons. Van Looy, SDB: “Accompagnare significa essere presenti, ascoltare con porte e cuore aperti”

16 ottobre 2018, al Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano partecipa anche mons. Luc Van Looy, SDB, vescovo di Gent/Gand (Belgio). Per 20 anni missionario in Corea del Sud e per altri 20 membro del Consiglio Generale della Congregazione Salesiana, al Sinodo ha presentato un intervento sul tema, prettamente salesiano, dell’arte di accompagnare i giovani.

 

Buon pomeriggio, caro Santo Padre, fratelli e sorelle, ragazzi e ragazze.

Vorrei parlare dell’arte di accompagnare. Si tratta di un’attività quotidiana. Grandi e santi educatori ci dicono che la regola fondamentale per accompagnare i giovani è esser presenti nella loro vita in ogni momento. Piuttosto che ritenerlo una forma di controllo, è la via dell’amicizia e della fiducia, per condividere la vita dei bambini e dei giovani. Può sembrare un controllo sul loro comportamento; invece è la via dell’amicizia e della fiducia, per farli sentire liberi e a casa con noi.

In quale altro modo potremmo scoprire chi sono e di cosa hanno bisogno? In quale altro modo potremmo sapere come si relazionano agli adulti, ai loro coetanei e alle istituzioni? Come potremmo evitare che siano attirati in quegli ambienti che gli farebbero più danno che beneficio? Come potremmo insegnare loro a stare lontani dal male? Come potremmo scoprire ciò che lo Spirito di Dio sta dicendo loro? Come potrebbero imparare a pregare da noi?

Penso a Gesù, che passava tutto il tempo con i suoi discepoli. Egli sapeva come si relazionavano fra di loro. Quando avevano bisogno di aiuto, li prendeva un momento in disparte, come fece con Pietro. Per lui i discepoli e il popolo erano la sua terra santa.

Per avere una comprensione profonda su una persona sarà importante coinvolgere la comunità. Nel guidare i giovani non siamo soli. Tutti in una comunità, sia una scuola, un istituto o parrocchia, hanno una loro idea su di un giovane. Pertanto, se ad esempio abbiamo bisogno di una decisione sulla vocazione, non è importante solo l’opinione dei professori del seminario o del superiore; dovrebbero essere ascoltati anche il parroco, i catechisti, i cuochi, gli uomini e le donne della comunità del candidato.

In Belgio ammiro quegli educatori delle scuole che ogni mattina accolgono gli studenti al cancello degli istituti. Li vedo nel cortile che parlano con gli studenti e sono di nuovo al cancello quando i ragazzi tornano a casa. Semplicemente, sono presenti in ogni momento. Conoscono le loro pecore e le pecore conoscono loro, proprio come faceva Gesù. Vedo sacerdoti che continuamente escono fuori, verso la gente; la domenica sono all’ingresso della chiesa prima e dopo l’Eucaristia, ascoltano i fedeli e condividono le loro gioie e i loro dolori. In quel momento il loro posto non è in sagrestia.

Accompagnare significa essere presenti, ascoltare con porte e cuore aperti, con un interesse profondo e concreto, dando sempre coraggio e speranza. Un educatore che accompagna i giovani non è solo un professionista in una stanza di consulenza, o uno psicologo che esamina tipi di comportamento; è un amico nella vita di una persona, pronto a camminare insieme…

Alla fine Gesù divenne così intimo con i suoi discepoli che lavò loro i piedi, condivise con loro il suo corpo e il suo sangue e li invitò a pregare con lui quando stava soffrendo.