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Intervista a Titti Postiglione, capo dell’Ufficio per il Servizio civile universale

Si riporta un utile articolo in merito al prossimo bando del Servizio Civile, pubblicato sul magazine Vita il 25 maggio 2019 a cura di Lorenzo Maria Alvaro, con l’intervista a Titti Postiglione, capo dell’Ufficio per il Servizio civile universale.

Servizio civile, a settembre il bando per 41mila volontari
di Lorenzo Maria Alvaro – 25 maggio 2019

Intervista a Titti Postiglione, capo dell’Ufficio per il Servizio civile universale:

«12mila posti in meno rispetto al 2018? Per ora non arriveremo ai 300 milioni dello scorso anno ma siamo impegnati costantemente a ricercare nuove risorse».

La programmazione triennale?

«Abbiamo aperto un tavolo con gli enti e i rappresentanti dei giovani che da febbraio si è già riunito sette volte»

La programmazione triennale, la dotazione finanziaria e l’adeguamento del Dipartimento. Queste sono le tre questioni principali che stanno togliendo il sonno agli enti di Servizio Civile. Ne parliamo con Titti Postiglione, capo dell’Ufficio per il Servizio civile universale del Dipartimento per le politiche giovanili.

Ci dà la fotografia del servizio civile oggi?

In questo momento abbiamo 50mila ragazzi che sono impegnati in quasi 6mila progetti di servizio civile in tutta Italia e all’estero. Operano in settori che vanno da quello ambientale alla protezione civile, dai beni culturali all’assistenza, dall’educazione alla promozione della pace. Più di 700 di loro stanno realizzando progetti in 68 diversi Paesi del mondo. La fotografia di oggi è di un servizio civile vivo, operativo ed efficiente. È una macchina, intesa non certo solo come Dipartimento ma come “sistema”, composto da Stato, Regioni e Province Autonome, enti e ragazzi, che funziona bene.

Per l’ultimo bando, quello del 20 agosto 2018 erano arrivate quasi 124mila domande, per 53.363 posti disponibili. Quali sono i tempi e numeri del prossimo bando?

Contiamo di mantenere la tempistica dello scorso anno, quindi bando per la selezione dei volontari in uscita il prossimo settembre. Stiamo infatti ultimando, con le Regioni e le Province Autonome, il lavoro di valutazione dei progetti 2018 presentati dagli enti di servizio civile. Usciranno le graduatorie e sulla base delle risorse disponibili per il 2019 si stabilirà quanti progetti verranno finanziati e per quanti volontari totali.

A quanto ammontano le risorse disponibili e per quanti volontari?

Ad oggi il Fondo ha a disposizone quasi 232 milioni di euro, per circa 41mila posti

Sono circa 12mila ragazzi in meno dell’anno precedente. Come mai?

Nella programmazione triennale di bilancio del precedente Governo erano stati previsti per il 2019, circa 152 milioni di euro che sono diventati, grazie ad un primo intervento di recupero di risorse da parte del Sottosegretario Spadafora, circa 188 milioni nella legge di bilancio 2019. A tale cifra avremmo dovuto sottrarre circa 12 milioni per un accantonamento preventivo in risposta agli ordinari tagli di bilancio operati anche sulle strutture della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Questo il punto di partenza. Oggi, proprio grazie all’impegno promesso, il Fondo ha a disposizione questi 232 milioni di euro. Sono state individuate, infatti, risorse finanziarie aggiuntive, inizialmente destinate ad altre finalità, e si è riusciti, novità dell’ultima ora, anche ad evitare il taglio previsto. Un risultato importante dunque, 80 milioni in più. E poi ricordiamo che ai 300 milioni del 2018 si è arrivati con variazioni di bilancio in corso d’opera e con avanzi di esercizio degli anni precedenti. In ogni caso l’impegno del Sottosegretario prosegue ed eventuali nuove risorse saranno tutte destinate a sostenere l’avvio in servizio di giovani volontari.

Il sottosegretario Spadafora però aveva promesso che avrebbe pareggiato la capienza dell’anno precedente…

Si è impegnato a trovare altri fondi con quell’obiettivo ed è quello che ha fatto e sta continuando a fare. La volontà è quella di raggiungere quella quota. Chiaramente tendiamo all’universalità del Servizio Civile. Ma il Paese è quello che è e la situazione è complessa. Quindi speriamo che avvenga, ma non è detto che ci riusciremo. Ma quello delle risorse non è l’unico tema sul tavolo quando si parla di servizio civile universale.

Cosa intende?

Immaginiamo di avere miracolosamente risorse per coprire tutte le 124 mila domande dello scorso anno. Che vuol dire avere oltre 700 milioni di euro, cosa evidentemente inimmaginabile. Ma anche qualora fosse possibile, il punto è avere progetti in grado di ospitare tutti questi ragazzi. È molto difficile soprattutto dal momento che vogliamo progetti in cui i ragazzi vengano seguiti nel modo giusto. Cioè progetti di qualità come quelli cui ci hanno abituato gli enti in questi anni, al netto di qualche esperienza non particolarmente riuscita. Il sistema non è evidentemente pronto oggi per questo tipo di dimensioni. Solo per fare un esempio, lo scorso anno i progetti valutati positivamente e non finanziati riguardavano poco meno di 2.000 ragazzi. Torno comunque a dire: i numeri sono importantissimi ma lo è anche, e direi soprattutto, la qualità. Se ci fosse anche qualche numero in meno, ma riuscissimo a lavorare di più su una qualità che è già eccellente, ma che può essere incrementata, sarebbe comunque un ottimo risultato.

Come incrementerete la qualità?

Ad esempio finalmente abbiamo introdotto una prima forma di riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite dai ragazzi con il Servizio Civile. È una novità prevista dal decreto legislativo 40 del 2017 cui non si era ancora data attuazione. Fino a ieri i volontari ricevevano solo un documento che testimoniava come avessero prestato servizio in un determinato ente, su un generico progetto. Andiamo invece verso un attestato che enumera le competenze che il ragazzo ha avuto la possibilità di acquisire nel corso del suo servizio, che tra le altre cose prevede anche una fase intensa di formazione generale e specifica. Non è ancora una certificazione delle competenze vera e propria, per cui non solo il sistema di servizio civile ma tutti quelli che si occupano di apprendimento non formale non sono ancora pronti. Noi lavoriamo sulle cosiddette soft skills, che non solo rappresentano l’esito di una esperienza personale straordinaria, ma che tutte le ricerche ci dicono essere le competenze cui anche le aziende guardano oggi maggiormente.

Gli enti hanno espresso più volte l’idea che il Dipartimento oggi debba essere potenziato visto che si è visto accentrare tante mansioni che prima erano delegate ad altri organi. State immaginando di riorganizzarvi?

Non posso non dare loro ragione. Ma se andiamo a vedere il decreto legislativo 40 scopriamo che si dice che la Riforma del Servizio Civile si attua non solo senza nuovi oneri per la finanza pubblica ma anche senza variazione di dotazione organica alle struttura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. È evidente che sia un problema. È un’esigenza quella dell’adeguamento che sentiamo noi prima ancora degli Enti.

Come si risolve questo rebus?

Stiamo cercando delle modalità. Intanto il Dipartimento da qualche settima ha una nuova organizzazione interna per rispondere strutturalmente meglio ai nuovi impegni anche sul tema più ampio delle politiche giovanili. Quello che posso poi dire è che, ad esempio, la legge apre in realtà molti spazi in termini di funzioni e competenze. Ad esempio è vero che il Dipartimento ha in capo la valutazione di tutti i progetti e non solo quelli di competenza nazionale. Ma la legge dice anche che lo fa con il coinvolgimento delle Regioni. E così su diversi punti. Per noi il ruolo delle Regioni e le Province Autonome continua ad essere essenziale su tanti punti – ispezioni, formazione, valutazione ad esempio – e ne stiamo discutendo proprio con loro, perché la collaborazione e il sostegno siano pieni e sostenibili.

L’ultimo tema sul tavolo è la programmazione…

In questo momento sono partiti alcuni “pezzi” previsti dalla riforma, come ad esempio il nuovo Albo di Servizio Civile Universale, senza però che si fosse prima costruito il “pilastro” della Riforma stessa, cioè il piano triennale, la programmazione appunto. Proprio su questo è attivo da febbraio un tavolo di lavoro con la Consulta nazionale del Servizio civile, che si è già riunito sette volte e che presiedo, dove siedono i principali enti e le loro rappresentanze ma anche i rappresentanti dei volontari. Stiamo ragionando per immaginare insieme le basi del piano triennale. E lo stesso stiamo facendo con le Regioni e Province Autonome e abbiamo iniziato a fare con le Amministrazioni competenti per i diversi settori in cui opera il servizio civile. Sarebbe stato più semplice per noi scrivere il piano in autonomia e poi sottoporlo a pareri e intese formali. Ma siamo convinti che vada invece costruito insieme, perché solo così potrà essere davvero efficace, soprattutto in una fase così delicata di passaggio dove bisogna tener conto anche della sostenibilità delle scelte. L’idea di fondo della programmazione è che ci siano meno interventi “spot” e più interventi coerenti con un disegno generale, all’interno di una cornice unica che risponda ai bisogni e alle priorità del Paese e dei territori.

Questo per dire che gli enti saranno già al corrente dei cambiamenti e dai documenti da poi da presentare?

È chiaro che ci sia la preoccupazione degli enti rispetto ad un sistema in cambiamento, soprattutto in relazione all’accelerazione che abbiamo voluto dare per far decollare la riforma nel suo nucleo principale. Ma in effetti costruendolo insieme questo percorso non ci saranno sorprese. Certo bisognerà fare tutti uno sforzo in più, a partire da noi.

E con che tempi pensate di arrivare a un avviso presentazione progetti con le nuove regole?

Il nostro proposito è che entro l’anno possa essere pubblicato l’ avviso agli enti per la presentazione di programmi di intervento e progetti sulla base del Piano triennale. Che quindi dovremmo poter aver definito nelle sue linee principali entro la fine dell’estate.

Il cortile dell’oratorio e il contrasto alla povertà educativa

Si riporta qui a seguire un articolo pubblicato dalla editrice “Vita” – magazine Vita, mensile dedicato al racconto sociale, al volontariato, alla sostenibilità economica e ambientale e, in generale, al mondo non profit – a cura di Giovanni D’Andrea, riguardo la prima indagine nazionale sugli 8mila oratori d’Italia.

L’83% degli oratori ha un doposcuola, l’88% attività espressive, l’83% un gruppo sportivo. L’oratorio che agisce sempre meno da solo e sempre più e sempre meglio in un lavoro di rete.

La casa editrice EDB di Bologna ha pubblicato da poco la prima indagine nazionale sui centri giovanili, commissionata dal Forum degli Oratori Italiani e dal Servizio per la Pastorale giovanile della Chiesa italiana all’IPSOS di Nando Pagnoncelli, che ha curato la redazione del libro “Un pomeriggio all’Oratorio”.

Nel nostro immaginario l’oratorio è il luogo della socializzazione, del gioco e dello svago. Diversi di noi ci sono passati in giovani età. Lo stesso Pagnoncelli deve all’oratorio di una parrocchia di Bergamo parte della sua formazione quando nella presentazione del testo dice:

«intorno ai 13-14 anni il curato ci faceva lezioni di buona politica, ci insegnava ad osservare il quartiere, a farci carico dei problemi degli altri e ci educava alla partecipazione».

È quello che don Bosco definisce la formazione «dell’onesto cittadino e del buon cristiano». È indubbio il valore socio-educativo dell’oratorio centro giovanile che insieme alle altre agenzie educative del territorio contribuisce a creare la rete educativa a favore delle giovani generazioni lì presenti. Non è dunque l’oratorio che agisce da solo ma sempre più e sempre meglio in un lavoro di rete.

Sono poco più di 8.000 gli oratori censiti in Italia, una tradizione che agisce in Italia da 450 anni, dai tempi di San Filippo Neri nella Roma del ‘500. In questi secoli l’oratorio ha saputo adattarsi alle esigenze dei tempi restando sempre nell’alveo dell’educazione oltre che della formazione cristiana dei giovani.

In ambito di contrasto alla povertà educativa una delle attività principe messa in atto dagli oratori è quella del “doposcuola”, l’83% è la media nazionale degli oratori che mettono in atto questo servizio (89% al nord, 83% al centro, 74% al sud). Un servizio che si fonda molto sui volontari. Le attività di doposcuola assumono diverse modalità, da quello semplice dell’aiuto nel fare i compiti alla forma integrata che oltre al classico aiuto nei compiti si aggiungono attività di socializzazione, sportive, di arti espressive (teatro, danza, canto, musica), focus group tematici. Queste ultime attività espressive sono svolte dall’88% degli oratori. Un’altra attività con un forte trend è quella sportiva con l’83%.

L’oratorio offre anche per gli adolescenti e giovani l’occasione di mettersi al servizio in attività di animazione ludica e formativa per i più piccoli il cui momenti clou è in estate con i famosi GREST o Estate Ragazzi e gli immancabili campeggi. Vanno anche considerate le gite elemento in cui si mettono assieme l’aspetto ricreativo, culturale ed ecologico – ambientale, un mix che aiuta il giovane a crescere culturalmente in queste dimensioni. Il coinvolgimento dei giovani si concretizza anche nelle attività caritative e di volontariato.

Va anche considerato un altro aspetto socio-educativo svolto dall’oratorio, quello di essere luogo di inclusione per le diverse etnie che sempre più vivono in Italia. È in oratorio oltre che a scuola che i giovani di “seconda generazione” vivono processi di inclusione e se ben guidati dagli adulti ed educatori possono mettere a frutto la ricchezza che ogni cultura ha in sè. Questo apre anche ad un interessante confronto interreligioso.

Forse parlando di oratorio la nostra mente va a configurare l’immagine di cortili, campi da gioco, sale, biliardini ma questi sono da considerare come strutture. L’essenza dell’oratorio sono le persone, le diverse generazioni che si incontrano, i ragazzi ed i loro animatori più grandi, gli educatori, i genitori da coinvolgere sempre più e sempre meglio nel dialogo educativo: c’è il rischio infatti che l’oratorio sia visto come luogo accuditivo, un “parcheggio ad ore” per cui i genitori possono respirare un po’ e svolgere attività in maniera più libera, ma l’oratorio è invece un luogo educativo aperto alla collaborazione di tutti. Don Michele Falabretti, Responsabile nazionale della Pastorale Giovanile della Chiesa Italiana lo definisce insieme alla scuola “la più grande palestra di umanità e di relazioni umane che si possa immaginare”.

Relazioni umane che rappresentano una valida risposta alla povertà educativa minorile, è nella relazione che le persone si incontrano, si ascoltano ed avviano un dialogo che fa crescere ognuna delle parti, l’adulto chiamato sempre più a vivere da persona significativa ed il minore ad assumersi la sua responsabilità di continuatore ed erede del patrimonio culturale che una comunità educante gli affida e così di generazione in generazione.

don Giovanni D’Andrea
Presidente di Salesiani per il Sociale – Federazione SCS/CNOS