“Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. É tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa.”

Papa Francesco

Carlo

Romania | 2017

Ciao a tutti, sono Carlo un animatore di Casale Monferrato e vi voglio raccontare brevemente la mia esperienza di missione. Sono partito tre estati fa con un gruppo e sono in Romania a Ciresoaia, un piccolo paesino di 3000 abitanti immerso nel cuore della collina.

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Là facevamo estate ragazzi e infatti il momento più importante sia come singolo che come gruppo che ci siamo lasciati, è quello soprattutto del momento di gruppo che facevamo con loro. Perché loro parlavano la loro lingua, che è il rumeno, a volte l’inglese e la nostra presenza lì praticamente poteva quasi risultare inutile. Infatti abbiamo un proprio scoperto  l’importanza e la necessità a volte solo della presenza, senza tante parole. Ma la presenza, sentirsi accolti lo stesso e a nostro modo anche cercare di accogliere loro allo stesso modo senza che magari ci si capisca bene. Invece la cosa che ha cambiato di più in questa missione è stata la scelta di andare più in profondità nella mia vita, di decidere di camminare seriamente, ancora più seriamente di quello che avrei potuto fare. Questo è stato possibile per tutte le esperienze in se, per il gruppo che era e sicuramente anche grazie alle messe quotidiane che facevamo. Infine voglio raccontarvi l’incontro con Tania, una ragazza molto simpatica, che aveva voglia di parlare tantissimo e infatti abbiamo chiacchierato molto, una ragazza che aveva 13 anni. Ed è stata molto importante perché mi ha aiutato ad inserirmi un po’; nel gruppo e capire anche un po’; la lingua però è stata molto carina perché le avevo parlato una volta di Don Bosco perché avevo la croce missionaria con la sua faccia e le ho parlato con talmente tanta ammirazione che l’ultimo giorno mi ha regalato un un quadratino di legno con Don Bosco sopra, inciso da lei. E’ stato un bel ricordo. Se partite, secondo me, prendete una bella decisione! Ciao a tutti!

Ivo

Catania “Colonia Don Bosco” | 2018

Ciao sono Ivo, dell’Oratorio Valentino di Casale Monferrato. Nel 2018 sono stato in missione alla Colonia Don Bosco di Catania e la cosa che più mi è rimasta dentro di questa esperienza e che più mi hai insegnato nel futuro è stata proprio questo loro affrontare la vita con felicità e serenità nonostante avessero attraversato il deserto e il mare.

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E avendo vissuto esperienze molto difficili e molto traumatiche salutando la loro famiglia e i propri cari, affrontano la vita con serenità e il futuro con fiducia. E veramente sono stati un esempio perché ti rendono veramente consapevole di come in realtà le cose che contano siano ben diverse da quelle cui pensiamo normalmente.

Don Rino

Russia, Ucraina, Lituania

All’età di 50 anni mi sono accorto che lo spirito lavorava sotterraneo nella mia vita e ho capito che il Signore si fa trovare sempre un passo più avanti di dove siamo arrivati.

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E così è capitato che sono andato in Russia: il primo ragazzo che ho incontrato, che mi è diventato amico mi ha presentato questi suggerimenti che sono un figlio del partito convinto gli aveva dato come ammonimento per la sua vita Ricordati non fare del bene a nessuno così nessuno ti farà del male oppure anche il lavoro lascia perdere tanto è come un gruppo non scappa non scappa quindi non buttarti a capofitto vai pure adagio con misura lente e altri consigli che mi facevano Cup Qual era la situazione russa nel periodo del Comunismo entrando in questo mondo Ho scoperto come Don Bosco attacca su ogni cultura ragazzi che nelle loro povertà e e soprattutto con quella alle spalle con quella cultura dell’indifferenza rimanevano a tratti dal desiderio di dare una vita anche loro più aperta più generosa.

Elena

Africa, Sud America, Papa Nuova Guinea

Ciao a tutti, mi chiamo Elena e mi hanno chiesto una breve testimonianza sulla mia esperienza che ho avuto la fortuna di fare in missione. Sono partita che avevo 22 anni, quindi giovanissima, tanti anni fa, con una decisione di partire scaturita da un lavoro che facevo da anni nell’animazione missionaria, con il Vis qui a livello ispettoriale e nell’oratorio.

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Ero quasi stanca di sentire l’esperienza degli altri, i racconti degli altri e di sentire dalle loro parole quello che era un mondo che io non conoscevo e volevo conoscerlo con i miei occhi. Ero illusa che solo così avrei potuto capire il mondo: veramente una grossa illusione. Ho fatto esperienze in Africa, in Sud America e in Papua Nuova Guinea, sia in gruppo che da sola, quindi in contesti diversi e ho un bagaglio di ricordi bellissimo. Volevo vedere coi miei occhi e volevo capovolgere il mio punto di vista e mi ero fermata molto a riflettere sulla parola “CAPOVOLGERE”. Forse troppe volte avevo voltato la testa dall’altra parte: conoscendo le persone, i ragazzi, i giovani, le mamme, i missionari, parlando con loro, mettendomi in gioco in prima persona, scoprivo che veramente ero io la fortunata. Ero io non con un senso di colpa ad aver avuto la fortuna di nascere in un paese ricco ma anche loro non avevano scelto di nascere in un paese povero. Mi sentivo diversa, perché avevo una pelle di un colore diverso, perché non sapevo parlare, perché ero disorientata: ma tutte queste esperienze mi hanno aiutato ad approfondire decisamente di più che cosa voleva dire CAMBIARE IL PUNTO DI VISTA, lasciarmi coinvolgere in prima persona. In Africa ricordo che quando andavo al mercato a fare la spesa da sola, la fatica anche solo di riuscire a pronunciare poche parole, sicuramente errate in una lingua molto diversa dalla mia molto complicata, mi faceva però anche fare un ottimo esercizio di rispetto che poi ho messo in pratica tornata qui, quando nella vita di tutti i giorni, ho avuto modo di approcciarmi, di avvicinare, di conoscere persone diverse, di culture diverse e anche solo di guardare a queste persone con un occhio diverso…

Maria Rita

Catania “Colonia Don Bosco” | 2017

Ciao a tutti Sono Maria Rita e sono stata in missione a Catania nel 2017 in un centro di prima accoglienza per immigrati minori non accompagnati. In questo centro venivano ospitati una sessantina di ragazzi, maschi, ed era gestito da due salesiani cooperatori, da una coppia.

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E l’episodio più significativo della missione ce ne sono stati tanti ma uno in particolare è stato quando sono andata al porto di Catania insieme a Cinzia, la responsabile del centro, per accogliere due ragazzi appena arrivati dall’Africa. C’è stata questa immagine di Cinzia che nell’accoglierli, li ha subito accolti con un abbraccio senza sapere niente di loro, senza sapere neanche il loro nome. E questo ha segnato tanto il mio cuore perché ho visto veramente che cosa vuol dire l’accoglienza. Ho visto in quella scena una madre che che accoglie i propri figli come se davvero fossero stati dei figli che non tornavano a casa da tanto tempo. Questo è stato uno degli episodi: sicuramente il Signore mi ha fatto sentire tanto il suo amore attraverso le persone accanto a me, attraverso i ragazzi, i compagni e anche responsabili.

Suor Silvia

Africa occidentale

Direi che una delle lezioni più belle che ho ricevuto in questi circa 12 anni di missione in Africa occidentale, in particolare in Togo e in Benin, riguarda il modo di salutarsi, quindi un aspetto anche molto quotidiano e molto frequente della vita.

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In effetti in queste zone le persone danno molta importanza al saluto al punto che ci sono anche soprattutto nelle lingue locali delle formule fisse molto specifiche su come ci si saluta. Quello che personalmente mi ha colpito di più è il fatto che la risposta alla domanda “Come stai”, di solito soprattutto i cristiani adulti come giovani rispondono “Je rends grâce” in francese “rendo grazie” “ringrazio”. Questo mi colpisce perché è una prospettiva molto diversa rispetto a quella nostra per cui noi di solito rispondiamo “sto bene” o “sto abbastanza bene” “non c’è male”. Perché dire “Je rends grâce” significa non considerarsi i soli autori delle nostra vita e quindi neanche delle nostre giornate ma immediatamente fare riferimento a un’altra persona, a qualcuno che questa vita ce l’ha data come dono e quindi come prima cosa si tratta di ringraziare. È una prospettiva molto bella con cui poi qualsiasi discorso, conversazione, eccetera, prende una dimensione diversa.

Don Italo

Africa

Come l’esperienza missionaria ha cambiato la tua vita: durante il capitolo ispettoriale del 1980 avevo dato la mia disponibilità per il progetto Africa ma in una maniera molto vaga tenuto presente che ero stato appena nominato direttore.

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Alla messa di conclusione, l’Ispettore senza preavviso, annuncia che l’ispettore novarese ha messo a disposizione del Rettor Maggiore per il progetto Africa, due confratelli: il signor Patrucco Giovanni e don Italo Spagnolo. Fulmine a ciel sereno sottolineato da un fragoroso applauso da parte di tutti i confratelli. Ho dovuto gradualmente cambiare vita e vi posso assicurare che ho toccato con mano la verità dell’affermazione del Rettor Maggiore Don Vincenzo: il progetto Africa è una grazia di Dio per la congregazione. E’ stato come una reazione a catena, una mobilitazione generale dell’ispettore che ha coinvolto moltissimi altre persone. Infinite le emozioni durante questi 40 anni di missione: la più bella, la più duratura, la più entusiasmante è la consapevolezza umil se si vuole, di essere stato chiamato da Dio ad essere protagonista nell’iniziare una nuova Valdocco in terra africana, nel incarnare Don Bosco e il suo meraviglioso sistema educativo in terra nigeriana. Molto abbiamo dato, moltissimo abbiamo ricevuto. Da Dio la pienezza della gioia nel cuore: dalle autorità e dalla gente la riconoscenza per aver portato i salesiani in mezzo a loro. Grazie

Ago e Mary

Romania | 2017

Come marito e moglie nel 2017 abbiamo accompagnato un gruppo di ragazze durante un’esperienza di missione in Romania a Bacau.

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Lì abbiamo conosciuto un salesiano italiano che ha vissuto tutta la sua vita in Italia, in Veneto e insegnava nelle scuole e quando è andato in pensione il suo superiore gli ha chiesto di andare come missionario in Romania. E lì abbiamo imparato tanto perché si è confidato, chiacchierando ci ha raccontato la sua grande difficoltà nel comunicare con i ragazzi rumeni non tanto per la lingua quanto per la differenza di età, di storia, di mentalità. Però da lui abbiamo proprio imparato che missione non è saper fare, saper dire la cosa giusta o chissà che cosa ma STARE e stando insieme gli altri si può veramente testimoniare nella semplicità l’amore di Cristo per tutti i fratelli

Don Alessandro

Nigeria | 2019

Ciao a tutti, sono don Alessandro, sono stato in missione in Nigeria l’estate scorsa, estate 2019, con don Theofilos e altri altri quattro ragazzi. Provenienze varie, Riva di Chieri, Castelnuovo Don Bosco, Torino, Cuneo, un gruppo bello.

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Siamo stati ad Akure, oratorio, parrocchia, Santuario di Maria Ausiliatrice, tantissima gente, un qualcosa di bellissimo. Io all’epoca ero diacono e adesso sono prete salesiano da qualche mese: all’epoca ero diacono è l’episodio più bello che mi è capitato di vivere stando lì è stato quando il sabato 3 agosto, vigilia del mio compleanno tra l’altro, il direttore della casa, che tra l’altro era anche il parroco, mi dice “puoi venire a darmi una mano con dei battesimi” e io “vabbè” vado. Nel pomeriggio di pioggia, queste robe, afa e caldo… Così entro in chiesa e alla fine questo battesimo per cui dovevo dare una mano, erano 9 battesimi da fare di bambini e bambine. Tre si chiamavano “Emanuel” poi cerano “Victoria” “Daniel” “Moses”: c’erano un sacco di nomi belli proprio. Era proprio bello vedere questi bambini e questa gioia delle loro famiglie. E alla fine li ho battezzati io, cioè non era solo dare una mano, ma proprio battezzarli. E pensare che io poveretto arrivato lì da una settimana appena ho avuto la possibilità di essere lo strumento per cui 9 bambini sono diventati cristiani: questo è stato il passaggio che mi ha cambiato la vita lì ad Akure e anche dopo. Quindi sarò sempre debitore di questo. Grazie alla missione, grazie a Father Niyi e grazie a Dio che mi ha voluto lì.

Martina

Rotta Balcanica | 2019

Il viaggio che ho fatto parte da Gaziantep al confine tra la Siria e la Turchia e arrivata a Trieste, in Italia, percorrendo quella che è chiamata la rotta balcanica che migranti, persone provenienti dall’Afghanistan, Siria, Iran, Iraq, percorrono per cercare di arrivare nei territori dell’Unione Europea e fare domanda di asilo per chiedere protezione dalle situazioni di conflitto e persecuzione che loro vivono nei loro paesi di origine.

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E’ una rotta piena di sofferenza perché è piena di ostacoli e di violenze perpetrate dalla polizia che cerca di respingerli ai confini per proteggere la fortezza dell’Unione Europea. Si tratta di violenza fisica e di violenza psicologica inaudita: la domanda che è sorta in me in quei confini è stato un chiedermi che nome avesse quel dolore e soprattutto forse che cosa io faccio di fronte a quel dolore che mi sembra di non conoscere perché è talmente grande. Ricordo un episodio in particolare: era notte, ero di fronte al campo Bira, un campo che si trova a Bihac, cittadina tra la Bosnia e la Croazia quindi al confine con l’Unione europea. Pioveva forte e queste persone erano rimaste fuori dal campo sovraffollato e quindi avrebbero dovuto dormire all’aperto. Erano separate da me da una grata di ferro dietro cui si proteggevano dalla pioggia e per me quella grata era la grata dell’ingiustizia che divideva me, con il mio passaporto rosso e libera di potermi muovere in pace tra i confini, e loro bloccati in questo limbo di dolore. La riflessione che mi è venuto da fare è stata quella di volermi bagnare un po’ di quella pioggia che veniva giù quella notte per poter essere sempre liquida delle lacrime che io ho visto in quei volti e non irrigidirmi mai in qualche modo di fronte al dolore in particolare al dolore dei migranti.

Sara

Nigeria | 2019

Ciao a tutti, sono Sara, ho 23 anni e l’anno scorso nel mese di agosto ho vissuto l’esperienza missionaria presso la casa di Akure in Nigeria: è stato un mese ricco di incontri e di confronti poiché all’interno della comunità era racchiuso sia l’oratorio che il noviziato che tutta la parte parrocchiana quindi una realtà molto viva.

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In questa bellissima casa e bellissima realtà abbiamo vissuto dopo la prima settimana un fantastico matrimonio di due giovani dell’oratorio e ciò che più mi ha colpito di questo matrimonio oltre ovviamente colori e musica è stato come loro si siano preoccupati di farci sentire a casa e accolti e quindi abbiano fatto confezionare per noi dei bellissimi abiti tradizionali e che abbiamo poi indossare il giorno del matrimonio. Nei giorni poi successivi, nelle settimane successive un animatore riflettendo sul significato che possiamo dare alla domenica o comunque alle feste, mi disse una frase che porto nel cuore: il tempo che impieghiamo per prepararci o la bellezza comunque della stoffa del vestito che indossiamo deve essere necessariamente proporzionato all’importanza dell’evento, alle giornata a cui partecipiamo, che è una cosa che tante volte forse diamo troppo per scontato. Questo questo simbolo della stoffa mi è tornato molto poi riflettendo a posteriori su quest’esperienza nigeriana, in cui mi è venuta in mente la frase che San Domenico Savio dice a Don Bosco, in cui dice io starò la stoffa lei ne sia il Sarto.

Don Silvio

Nigeria e Ghana

L’esperienza di missione che ho fatto per 8 anni in Nigeria e per 10 in Ghana ha cambiato un po’ tutta la mia vita: è stata una grazia, un dono che ha fatto veramente la differenza e senza la quale non potrei immaginare più chi sono e che cosa sto facendo. La prima cosa che mi ha impressionato quando a 34 anni sono finito in Nigeria, erano le cose diverse rispetto a quelle che vedevo prima: si comincia da quelle esterne che sono le più facili: il clima, il cibo, la lingua e poi poco per volta si scoprono altre cose che ti aprono nuovi orizzonti, per esempio tutto il mondo della danza e dell’espressione molto ricca che hanno quelle culture. 

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Un’altra cosa è il senso fortissimo di Dio che c’è in tutti gli aspetti della vita, non importa quale sia la fede o la chiesa, vedi proprio che respirano questa presenza. Un’altra diversità è quella dell’età soprattutto quando poi si tornava si vede subito quanti giovani da una parte e quanti meno giovani si era atterrando in Italia. Ma col passare degli anni quello che più mi ha fatto del bene, mi ha fatto pensare crescere, erano le somiglianze non le differenze: quanto abbiamo in comune, quanto c’è di più simile nel profondo del nostro essere umani nelle esperienze che si vivono a tutti i meridiani e paralleli, quello che più profondamente tocca la vita, nella gioia e nel pianto in ciò che si crede, nel modo con cui ci si rapporta e ci si relaziona, in quei valori che sono quelli che durano di più, togliendo tutte le altre cortecce esterne. Queste somiglianze mi hanno aiutato a dare il peso giusto con quello che conta di più nella vita: Francesco ci dice che ogni uomo è una missione. Qui abbiamo la fortuna di essere in contatto con altre storie di vita, con altre esperienze, più ci accorgiamo che cosa più conta dell’essere umani e questo ti aiuta a percepire la vita in modo molto più saggio. Alla fine scopri quello che già tutti abbiamo, il tesoro che già ci portiamo dentro: in fondo non è in ciò che ci sta attorno ma in quello che ci sta dentro, che sta la nostra missione di esseri umani e dobbiamo scoprire come far crescere questo seme. Con le sfide che abbiamo ma che quelli prima di noi non avevano in modo minore e quelli dopo di noi non avranno meno rispetto quello che noi incontriamo. Dunque il problema non è tanto dove e quando siamo nati ma è come riusciamo a guardare la vita e la missione ti apre l’orizzonte più ampio possibile su questa vita: così è come mi ha cambiato il mio tempo in Africa.

Don Theophilus

Esperienze missionarie

In queste settimane abbiamo potuto toccare con mano le esperienze missionarie di tanti salesiani, figlie di Maria Ausiliatrice e tanti giovani e famiglie che hanno fatto attraversare il pianeta al sogno di don Bosco. 

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Quel sogno va avanti grazie a tanti “Sì” generosi di tante persone che continuano a vivere in pienezza la loro vita donandola agli altri. E tu ti sei mai chiesto cosa posso fare anch’io? Quel sogno continua con te! Partecipa al percorso missionario e domani ci sarai tu a raccontarci quanto è stato bello!

Don Fabio

Nel cuore del mondo sulle orme di Don Bosco

Quasi 200 anni fa, un ragazzo di 9 anni ha fatto un sogno, un grande sogno ha sognato il cuore del mondo. Un ragazzo di collina, un ragazzo dei campi, di nome Giovanni, ha scoperto, il Signore gli ha consegnato un grande campo in cui lavorare.

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A 200 anni di distanza quel sogno e altri sogni non più i sogni di un bambino ma i sogni di un giovane sacerdote, hanno attraversato il pianeta. Abbiamo chiesto a giovani, a giovani coppie, a confratelli, a consorelle che hanno vissuto di persona nei luoghi sognati e in tanti altri luoghi del mondo (quel sogno oggi è conosciuto in più di 130 Nazioni) di raccontarci la loro esperienza. La consegniamo a voi perché magari un giorno potrete “camminare nel cuore del mondo sulle orme di Don Bosco.

Simona

Benin | 2019

L’esperienza in missione in Benin mi ha fatto riscoprire il significato di una parola forse un po’ strana ma che è questa: sgabello. Perché nel tempo in cui ero lì mi rendevo conto che il mio stare lì, il mio essere lì, era pressoché inutile e la maggior parte del tempo che passavo, lo passavamo effettivamente sedute su uno sgabello, che fosse alla baracca o che fosse dalle ragazze al foyer o che fosse nel centro professionale, sedute a fare una qualche attività o un qualche gioco con le bambine.

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Perché riscoprire? Perché quello stare lì apparentemente a fare nulla o a fare poco, in realtà è quel restare e quell’essere lì con loro che per loro è la cosa davvero importante. Avremmo potuto rimanere sedute su uno sgabello con loro a fare un gioco di mani per due o tre ore o un intero pomeriggio e per noi poteva sembrare di non stare facendo niente, di stare facendo qualcosa di inutile ma per loro era il fatto che tu fossi lì con loro e quindi era la cosa importante quella. L’esserci semplicemente noi. Ma credo che sia anche per chi hai di fronte, per qualunque persona che tu incontri nel tuo quotidiano: fermarsi un attimo, sediamoci su questo sgabello e parliamo. Oppure facciamo un gioco banale, prendiamoci del tempo per pensare anche solo questo. Credo che ci riempiamo di tante cose, un po’ perché la società forse ce lo impone un po’ perché noi stessi ce lo imponiamo.

Chiara

Romania | 2019

La parola che mi porto a casa con un significato diverso è la parola PIETRA: pietra perché per noi in realtà non ha nessun significato e tendenzialmente non gli attribuiamo un significato mentre là è diventata uno strumento di comunicazione.

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Una comunicazione molto semplice perché abbiamo usato queste pietre per fare dei laboratori e per fare dei quadrettini: sono state dipinte e siamo riusciti a creare dei disegni diversi con dei significati diversi. Sono stati regalati ovviamente a questi bambini, fatti soprattutto da questi bambini e quindi si sono portati a casa un ricordo ma anche un qualcosa di significativo.

Don Halendro

Siria

Ho vissuto 5 anni come missionario durante la guerra in Siria e questa esperienza mi ha insegnato il significato della parola PERDONO: perdonare in una situazione così non è per nulla facile. I nostri giovani dell’oratorio e le nostre comunità cristiane sono state chiamate anche a superare tante cose.

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Posso dire che un po’ tutti, tutti i giorni hanno perso qualcuno: un familiare, un vicino, un compagno di scuola. Alcuni, gente vicina come il fratello o i genitori. E allora ogni volta che dovevamo affrontare la realtà del perdono era qualcosa di scocciante perché ci toccava realmente la nostra esistenza ma ho imparato che il perdono non è facile. Più che offrire un perdono perché “una legge della della chiesa”, è realmente una possibilità dove Dio ci sta accanto per offrirci di sanare i nostri cuori. Offrire e lasciarci guidare dall’amore di Dio per perdonare è la migliore terapia per poter recuperare la pace, la fede e l’amore.

Bartolomeo

Mato Grosso

CAPIRE e ACCETTARE perché 63 anni fa era una tutta un altro sistema di missione. Già si sapeva tutto quello che si doveva fare. E dopo abbiamo cambiato. Allora si imponeva, adesso quello che abbiamo imparato è PROPORRE.

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Perché chi salva l’indio non è il bianco o il governo: sono loro che si salvano: gli aiutiamo, possiamo dargli le cose, ma son loro perché loro accettano. Perché se il cristianesimo non è cosa propria, non è vissuta e non è sentita, è sempre quella cosa che è un carico che viene sopra. Allora ho dovuto cominciare a studiare e a capire la loro cultura per dopo vedere con quello di proporre e scoprire i valori che c’erano, valorizzare questi valori e aiutarli col Vangelo e per loro. Allora lì sì che loro accettano.

Francesca

Ghana | 2017

L’esperienza in missione mi ha insegnato il significato della parola PIOGGIA. Perché per tre settimane in Ghana non ha mai piovuto nonostante fosse la stagione delle piogge e quando la pioggia è arrivata non ce l’aspettavamo.

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E’ stato un po’ forse un colpo, i vestiti bagnati, la terra, il fango, però in quel momento ho imparato anche che le cose inaspettate delle volte sono anche belle e soprattutto se hai dei buoni compagni di viaggio puoi anche ballare sotto la pioggia, puoi divertire e giocare anche con i bambini sotto la pioggia e poi la pioggia è anche un po’ una benedizione e anche nello stare insieme diventa un dono.

Lara

Benin | 2019

Dopo l’esperienza in missione, una delle parole che mi porto dietro e che per me è stata importante è la parola BUONGIORNO.

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Il buongiorno là era la parola per entrare in relazione con l’altro; la loro lingua non la sapevamo ma sapevamo almeno dire buongiorno e ci dava la possibilità di entrare in relazione subito con l’altro: sorridere e conoscerlo in qualche modo, crea subito un legame. Tornando qua, “fa sorridere” come in realtà il “buongiorno” non si dica neanche. Invece per me è stata una importante parola per entrare là in relazione.

Francesca

Romania | 2017

L’esperienza in missione mi ha insegnato il significato della parola FESTA. Loro vivevano e vivono tutto come una festa, nello stare insieme nella quotidianità, nei gesti concreti.

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Sicuramente è un modo proprio diverso di intendere il nostro divertimento, il nostro stare insieme, che per loro diventa sempre veramente un motivo di festa e di gioia, nel condividere il ballo, nel condividere la cena, nel condividere la gita. Per loro è veramente FESTA. Quindi sicuramente la gioia è al centro degli incontri e dello stare insieme della condivisione e della comunione che loro mi hanno mi hanno trasmesso, questa gioia grande nel vedersi e nello stare insieme.

Don Giovanni

Est Africa e Kenya

Di questi anni trascorsi in Est Africa e in Kenya in particolare ho tanti ricordi belli. Uno che mi viene in mente è l’incontro con Simon, un ragazzo che aveva appena finito la scuola secondaria e che indirizzato da una suora che aveva letto qualcosa su don Bosco e aveva sentito parlare di noi, venne appunto a Enbu alla scuola secondaria di Enbu, dove eravamo, dove c’era anche l’aspirantato.

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Non aveva mai sentito parlare di don Bosco, aveva letto una vita ed era rimasto innamorato affascinato da questo figura. E’ stato bello vederlo crescere con noi rispetto ad altri che sono venuti e poi se ne sono andati, lui è rimasto. Negli anni che sono passati ha avuto varie responsabilità in ispettoria finché adesso al momento è l’attuale ispettore di AFE Africa Est, l’ispettoria di Nairobi. Col passare degli anni chiaramente la forma è un po’ cambiata, era magrino adesso un pò rotonda, aveva tanti capelli mentre adesso ne ha più pochi. Però quella serenità, quella calma, quella giovialità che lo hanno sempre caratterizzato è rimasta e si è rafforzata. E la gioia è di vedere in lui il volto di Don Bosco che si è fatto africano. Un africano in mezzo agli africani con lo stile di Don Bosco che cammina con loro. Ecco il sogno di ogni missionario penso, vedere che il volto del tuo padre Don Bosco diventa un volto locale.

Chiara

Haiti | 2010 – 2011

Sono stata ad Haiti con il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) nel 2010-2011 pochi mesi dopo il terremoto che ha devastato non solo città ma un intero popolo.

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Il nostro compito principale era quello di sostenere e affiancare migliaia di sfollati che si erano radunati nei terreni dei Salesiani, anche loro provati decisamente dal sisma e dalle numerose perdite subite anche a livello di vite proprio, tra confratelli e anche nelle loro infrastrutture. Con il Vis abbiamo provveduto a rifornire queste famiglie di tende e di cibo, di acqua durante questi mesi, fino ad arrivare al ricollocamento proprio in delle case per ciascun nucleo. Per me personalmente questa esperienza fondamentale, l’esperienza più importante della mia vita perché in questo tempo ho proprio compreso che “c’è una missione per ciascuno di noi” e che “ciascuno di noi è chiamato nel modo specifico a rispondere a questa vocazione all’amore”. Non finiremo mai di comprendere la bellezza, il valore, proprio il manifestarsi della missione di ciascuno in questa grande chiamata all’amore. Ad Haiti ho cominciato proprio a vivere una sorta di spogliamento di tutte quelle certezze false che mi portavo dietro. Ho compreso la tristezza di un’indifferenza che ci portiamo dentro verso drammi che accadono a persone che di fatto sono fratelli, sono sorelle in tutto e per tutto. Effettivamente è stato bello scoprire che i veri datori di lavoro per me erano gli sfollati stessi. E piano piano ho compreso che nel volto di quelli sfollati vi era il volto di Dio e quindi è stato bello lavorare in sinergia col il Padre eterno per portare un segno di speranza laddove sembrava purtroppo persa.

Don Valeriano

Papua Nuova Guinea | 40 anni

40 anni di Papua Nuova Guinea sono passati per me. 40 anni veramente belli dove ho imparato a vivere, ad amare la congregazione salesiana, ad amare i poveri.

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Gente che aveva veramente bisogno non tanto di una comprensione ma di una persona che portasse a loro un modo di vivere con più amore e con più generosità. E purtroppo molte volte abbiamo sbagliato ad essere con loro perché soltanto pensavamo di portare una croce, la religione. Vivere con loro ma come diciamo, persone diverse: invece il momento veramente bello è stato quando ci siamo potuti sedere vicino a loro senza tenere troppe distanze, mangiando del loro cibo, sentire il loro “profumo”, vivere della loro vita semplice povera senza niente, senza elettricità, delle cose moderne per cui alla sera era già tutto finito quando il sole scendeva. Eppure questa gente ci ha insegnato come veramente essere missionari: cioè vivere della loro vita, non interessava se non si sapeva la lingua o altro. Quello che era importante era lasciarsi prendere dalle loro necessità e i loro bisogni ed essere uno di loro. Allora in quel momento veramente, almeno per me, mi sono sentito di essere uno di loro e di essere veramente missionario.

Famiglia Valtulini

Sierra Leone | 2017

Nel 2017 siamo andati a trascorrere le nostre vacanze di Natale in Africa, in una missione salesiana, Don Bosco Fambul, in Sierra Leone. Io ho passato la maggior parte del tempo a giocare con i bambini che erano di una semplicità assoluta e avevano sempre il sorriso in faccia.

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Questo mi ha molto colpito perché nonostante tutte le difficoltà sorridevano sempre ed erano sempre solari. A me ha colpito molto la storia di Abdul, un ragazzino che era ospitato nella casa dei Salesiani e che aveva una grande ferita sulla testa perché è stato torturato: nonostante questo però era sempre molto solare e sorridente. Per me questo viaggio è stato veramente toccante, infatti ho deciso di replicare l’esperienza quest’anno con una mia cugina. Nella cappella della missione dei Salesiani, li ha Freetown, c’era una statua di una Madonna con in braccio Gesù bambino e a questo Gesù Bambino mancava una mano. Ai salesiani piaceva pensare di essere loro quella mano di Dio, quella mano di Dio in grado di portare il bene in un mondo di male e di corruzione. Io sono partito con l’idea di andare a cambiare l’Africa invece l’Africa ha cambiato totalmente e completamente il mio modo di pensare. Devo ringraziare i missionari Salesiani che mi hanno dato modo di poter entrare nelle prigioni per celebrare con loro, partecipare alla messa: e questo mi ha dato modo di avere l’impressione di quanto sia liberante il messaggio di Gesù Cristo anche per queste persone che vivono la loro pena all’interno di questo Istituto.

Giorgio

Congo e Sierra Leone

Mi chiamo Giorgio, ho 35 anni, sono di Cuneo, ho una moglie che si chiama Agnese e due bambine che si chiamano Margherita e Beatrice e qualche anno fa ho fatto diverse esperienze di missione.

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Le più importanti sono principalmente due, di un anno ciascuna, una in Congo nella città di Goma al confine con il Ruanda ed una a Freetown, la capitale della Sierra Leone. Quest’ultima l’ho fatta già con mia moglie che era diventata mia moglie da poche settimane mentre in Congo ho deciso di sposare quella che sarebbe diventata mia moglie. Questo non per raccontarmi i fatti miei però per dire che sono state davvero delle esperienze chiave delle mia vita. E non solo perché mi hanno portato a fare questo passo, questa scelta di vita importante cioè di diventare marito e di sposarmi e di mettere su famiglia ma anche per tantissime altre cose. Se dovessi identificare la più importante che probabilmente è alla base anche di tutte le altre e del matrimonio stesso, la missione è stato l’evento che ha ripulito la mia fede da tutte le esperienze forti, emotive che avevo vissuto ma che non me la facevano vedere e vivere appieno, ma che appunto erano soltanto delle belle esperienze. Non stavo a riflettere su quello che era il cuore della mia fede: ecco l’ho riscoperto soltanto in missione, quando tutto quello che avevo vissuto negli anni prima non c’era più. Allora lì ero costretto o ad andare al cuore della mia fede o l’alternativa era purtroppo perdermi. Ecco la missione mi ha fatto crescere nella fede: sono passato da una fede da giovane, da ragazzo ad una fede da adulto. Con questo non voglio dire di essere arrivato perché la domanda è sempre dietro l’angolo. La fede poi essendo una relazione va alimentata e vive di dubbi e di tante cose che bisognava rivedersi quotidianamente. E come quello tante altre scelte di vita sono cambiate: continuare a lavorare per i salesiani, mettermi al servizio anche nel volontariato per i più poveri, i bisognosi della mia città. Scelte di sobrietà nella mia vita quotidiana, a volte non comprese o che si fa fatica a far capire agli altri ecco. Scelte di risparmio, come se un pezzo di me fosse sempre in missione: a dirla tutta, un pezzo di me è sempre missione. E’ così ormai da 10 anni. Sono molto contento di questo e per questo vi auguro veramente un buon cammino, una buona missione ricordando che ciascuno di noi è una missione

Suor Anna

Vietnam e Africa

Siamo arrivati in Vietnam nel 1961: la mi sono unita alle altre tre suore che arrivavano da Hong Kong per la nuova formazione del Vietnam. Eravamo convinte delle difficoltà e della responsabilità che avevamo per una nuova fondazione.

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Però ci siamo messe tutte di impegno e unite e abbiamo portato avanti quest’opera, nonostante le difficoltà della guerra, perché il Vietnam non era un paese in pace. La guerra si è poi accentuato fino al punto che dell’unificazione del Vietnam. E lì ci hanno notificato che dovevamo lasciare il paese entro quattro giorni: quello il dolore più grande, che ha cambiato tutta la mia vita. Però avevamo le giovani suore che avevamo mandato in Italia per essere formate, che erano tornate con tanto desiderio e sacrificio e volevano continuare la nostra opera. Questo ci ha confortate in questo distacco. Arrivata in Italia le superiore mi ha chiesto l’obbedienza, se volevo andare in Africa ed ho accettato anche questo sacrificio, il distacco completo dal Vietnam. Ormai con il Vietnam ero unita solo con la preghiera e il sacrificio, perciò ho offerto anche quello. Però anche in Africa ho trovato un’accoglienza e una comprensione che mi hanno veramente commossa e mi hanno fatto sentire quelle sorelle delle vere sorelle. E così la mia vita missionaria è raccolta in pochi spazi ma sarebbe lunga da raccontare.

Enrico

America Latina

Un caro saluto a tutti voi, il mio nome è Enrico e da più di 12 anni sono un operatore espatriato della ONG salesiana VIS (volontariato internazionale per lo sviluppo) in America Latina prima in Equador poi in Perù, in Cile e adesso e Bolivia.

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In tutti questi anni di esperienza missionaria in realtà c’è una che in particolare mi ha colpito e mi ha segnato moltissimo ed è l’accompagnamento e il sostegno ad una scuola salesiana per bambini e bambine disabili nel sud del Cile, a Puerto Montt. E’ stata un’esperienza bellissima in cui aiutavamo questa scuola a ristrutturare gli ambienti, a renderli più degni e vivibili e per i bambini anche predisporre tutta una terapia di logopedia per il linguaggio e fisioterapia per la parte motoria. Compravamo anche alcune attrezzature, alcuni oggettini per i laboratori manuali e anche per la cucina affinché i bambini e le bambine potessero preparare dolcetti e fare un po’ di pratica in cucina che era quello che piaceva di più loro. Quello che mi ha colpito particolarmente di quest’esperienza è che questi bambini, queste bambine, con diversi gradi di disabilità, associati alla sindrome di Down, Asperger o autismo, non potevano magari comunicare con il linguaggio in forma tradizionale le loro sensazioni e i loro sentimenti. Ma ci esprimevano quest’affetto, questo riconoscimento con sorrisi, sguardi, abbracci, tutte forme molto espressive che mi hanno colpito molto e mi hanno segnato molto e ci hanno fatto capire come in realtà parliamo lo stesso linguaggio che è quello dell’amore. Chiedo a tutti voi quindi, vi invito a chiudere gli occhi, chiedere allo Spirito Santo che vi illumini, quale può essere un’esperienza missionaria che vi possa riempire e arricchire.

Giorgia

Palestina

Ciao a tutti, io sono Giorgia e sono da poco rientrata dalla Palestina dove ho trascorso l’ultimo anno con il corpo civile di pace.

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Durante il mio periodo a Betlemme ho avuto modo di entrare in contatto con culture religioni e tradizioni molto differenti. Sicuramente un contesto affascinante tanto quanto complicato e complesso, difficile da leggere e in continua evoluzione. Mi porto dietro sicuramente tanti bei ricordi, qualche momento difficile da cui imparare e mi porto dietro un pò di adattabilità in più, spirito di adattabilità in più e la capacità di leggere le situazioni. Mediare e cercare di trovare una soluzione insieme lì dove c’è un problema: è stata un’esperienza per me formativa non solo a livello lavorativo ma anche importante per la mia crescita personale.